Leggenda sulle patate di Selvola.

patate selvola

 

In Selvola di Drusco, paesino sull’alta valle del Ceno, viveva nel secolo diciottesimo un intelligente e laborioso contadino detto Pettinato per la cura che metteva nel pettinare i capelli, nel falciare, rastrellare il fieno e nel potare le siepi: dicevano in paese che persino tosava e pettinava i campi.

La moglie, la bella “servurasca” Togna lo coadiuvava in tutto, ed aveva ella stessa belle iniziative. Il loro orto, più che orto poteva dirsi giardino, tanto erano infiorati i margini delle aiuole che dividevano gli appezzamenti delle varie colture. I Pettinato avevano un loro modo di coltivare e classificare i fiori: li raggruppavano secondo il colore e secondo il profumo: i fiori, dicevano, devono appagare l’occhio e il naso, gli erbaggi il gusto.
Un bel giorno partirono per Parigi in cerca di fortuna. Il fatto non uscirebbe dalla cronaca usuale delle migrazioni, se non si collegasse ad avvenimenti storici di quel secolo che determinano la fama che gode il paese di Selvola di Drusco e gli diedero un nuovo indirizzo agricolo con un vantaggio economico per tutto il Ducato e forse di tutta Italia.

A Parigi i nostri personaggi ebbero la ventura di essere assunti dal giardiniere di Sua Maestà il Re Luigi decimo sesto, per il r incalza di un nuovo campo di fiori a corimbo dai colori delicati. Il loro lavoro veniva di giorno in giorno sempre più apprezzato per la particolare attitudine che avevano a maneggiare la zappa e per l’amore che dimostravano verso i fiori.
Un vero successo lo ebbero quando i fiori da loro coltivati furono i soli ad ornare la Reggia per una grande festa di corte Data in onore della Regina Maria Antonietta, con l’intervento delle massime autorità dello Stato e della eletta aristocrazia francese.
L’ingresso del Palazzo reale, la scala, la sala del trono erano ornati di fiori, sparsi ovunque a profusione, bianchi, rosa, violacei.

Quando le loro Maestà si presentarono, vi fu una clamorosa ovazione. La bella e graziosa Sovrana aveva al posto del diadema o della corona bouquets di fiori. Invisa alla nobiltà e al popolo, ricevette forse in questa sola occasione atti di deferenza e di simpatia. Sua Maestà il Re aveva ornata la bottoniera degli stessi fiori coltivati dai Pettinato.
Lo credereste? Sua Maestà il Re, spirito riformatore, amante del bene del suo popolo, aveva fatto questo per dare una grande importanza alla coltivazione della patata come ottimo alimento umano, dopo che il filantropo e agronomo francese Antonio Agostino Parmeutier lo aveva dimostrato in opposizione a quanto fanfalucavano gli igienisti dell’epoca, i quali affermavano che i tuberi di patata non erano nutrienti, anzi nocivi alla salute.

I Pettinato ebbero elogi e premi. Il marito ebbe inoltre da S. M. il Re per ricordo, una tabacchiera d’oro a forma di patata, con gli occhi di brillanti, e la Togna ebbe dalla Regina un fiore pure d’oro con smalti, riproducenti un bel fiore violaceo di patata, tempestato di perle orientali.
Ormai i due coniugi, in possesso di un discreto gruzzolo, ritornarono in Italia, felici di rivedere il paese natio e di coltivare una patata portata dalla Francia che, se faceva i fiori con scarso profumo, appagava l’occhio e, più che altro, la gola come ortaggio. Un vero miracolo. Fiori al sole e frutti sotto terra.
Nel giro di pochi anni, tutto il paese coltivò patate, favorito da un terreno adatto. Di qui si propagò dai paesi più vicini ai più lontani la coltura del nuovo prodotto e il modo migliore per cucinarlo.

Le patate di Selvola di Drusco sono tutt’ora apprezzate per la bontà e i contadini ricercati per l’abilità che hanno nel maneggiare la zappa e per l’amore che portano ai polposi tuberi più che ai fiori.
Le patate di Selvola di Drusco si prestano ad essere cucinate in novantanove maniere, come attestano i più recenti e accreditati manuali di culinaria.
Però, chi volesse gustare la genuina torta di patate deve andare a Drusco ove si cucina ancora con la stessa ricetta con la quale la confezionavano i cuochi della corte del Re di Francia, Luigi decimo sesto, il quale godeva un mondo a fare, di quando in quando, una bella scorpacciata di torta e a vedere illustri convitati leccarsi le dita.

(Tratto da L’Araldo n. 8-9/2015; a cura di Giannino Agazzi)